La prima volta ti capitò su un treno: come poteva essere altrimenti? Eri comodamente svaccato sul sedile lercio di un regionale e osservavi il mondo scorrere fuori dal finestrino. Il buio aveva già abbracciato la campagna, illuminata ormai soltanto dal bagliore della luna e delle sue piccole sorelle notturne.
E proprio mentre, rilassato, stavi ammirando il semplice capolavoro della notte, un prepotente desiderio di fuga si impossessò di te. Sentisti qualcosa svegliarsi, come un'altra anima di cui non conoscevi l'esistenza. Forse la tua vera anima che si scrollava di dosso un torpore assuefacente e dava origine ai pensieri più folli: "non scendo alla mia fermata e continuo fino al capolinea; anzi scendo e prendo un treno che mi porti in Estonia, chissà com'è l'Estonia; anzi mi metto a camminare senza una meta per la campagna e mi fermo nel primo paesino che trovo: parlerò con la gente, conoscerò le loro tradizioni e assaggerò il vino del posto."
Il tuo benefico delirio fu interrotto da una vibrazione sulla coscia destra: il cellulare suona sempre sul più bello...
Era un amico. Un carissimo amico, per carità. Eri stato anche contento di sentirlo. Solo che a quel punto l'onda dell'assurdo si era arrestata; il treno si fermò: eri a casa e, come da copione, scendesti.
Ti è successo ancora tante volte in luoghi sempre diversi: sdraiato sull'erba, in giro per la città, nel nulla sonnacchioso di una domenica pomeriggio.
E ogni volta è stata una sensazione splendida, forse qualcosa di simile a ciò che chiamano libertà. E' una cascata che lava via la puzza di civiltà, le leggi non scritte che avvelenano quotidianamente la vita trasformandola in sopravvivenza. E' un urlo liberatorio contro se stessi e contro le catene che ci autoimponiamo. E' un ceffone al senso di vuoto che troppo spesso ci stritola.
Ma allora perché fai quella faccia? Perché i tuoi occhi da bambino persi nel vuoto vengono improvvisamente avvolti da un velo di tristezza?
Oh, forse ho capito...
E' l'impressione che quei sogni di libertà siano destinati a rimanere tali, che non possano mai tradursi in realtà. Senti in cuor tuo che, per quanto tu lo desideri intensamente, non riuscirai a scegliere di vivere: grazie all'arma della paura il potere del buon senso vincerà sempre sul miraggio dell'utopia.
Ti sembra di essere in una rete.
In una rete come un pesce. Che continua invano a dimenarsi nel disperato tentativo di rigettarsi in mare.
In una rete come una farfalla. Che osserva atterrita il cielo sognando di fuggire dalla tela e volare ancora. Ma nel frattempo si avvicina il ragno, divoratore delle sue speranze.
Sì, è vero: anche tu sei in una rete. In una rete di controllo da cui è diventato ormai quasi impossibile liberarsi. Cellulari, computer, satelliti. In ogni istante sei rintracciabile, identificabile, schedabile: sei sempre più un numero e sempre meno un uomo. In un recinto di animali che non sanno o non vogliono scappare in nome della mascherata della civiltà.
Ma come quel pesce, come quella farfalla anche tu sei stato strappato a forza dalla tua natura. E, come loro, ti agiti e soffri perché vuoi ancora respirare, vuoi ancora volare, vuoi ancora vivere.
E' un buon inizio.
Per quanto possa sembrare incredibile, io penso che sia possibile fuggire dalla rete. Come non lo so. Ma ne sono certo.
Devi crederci anche tu; con tutte le tue forze, in ogni istante. Perché solo grazie a questa certezza, se un giorno si aprirà una via di fuga, una strada verso un senso, sarai pronto a imboccarla.
E' il continuare a credere nell'assurdo della libertà che permette al pesce di dimenarsi con le sue ultime forze, alla farfalla di lottare per riconquistarsi il cielo. E a te di provare ancora quel brivido su un treno, su un prato o in qualunque altro luogo. Un residuo di libertà grazie al quale puoi sognare fino quasi a tremare. Un fremito, una vibrazione che parte dal collo, ti percorre la schiena e giunge alla tua coscia destra.
Ah, scusa: quello è il cellulare.
