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Lettori fissi

domenica 28 febbraio 2010

Uno sguardo nel vuoto

Il ragazzo col giaccone blu camminava senza sosta da quasi due ore, mani in tasca, occhi stanchi.
La festa non era stata un granché: solite facce e soliti discorsi. Una di quelle classiche feste completamente diverse da come te le sogni, ma perfettamente identiche a come te le aspetti. Una serata tranquilla tra due birre e quattro battute; un'altra di quelle pacifiche serate fra amici che non era in grado di distinguere le une dalle altre.
Aveva accarezzato l'idea di andarsene fin dalle prime, vuote chiacchiere urlate della festa: alcune persone, quando la malinconia le chiama, hanno la tendenza morbosa di correrle incontro anziché voltarle le spalle e cercare di seminarla.
Verso le undici di sera, quando aveva ritenuto che la sua fuga non sarebbe più stata oggetto di eccessivi interrogativi o commenti, si era congedato da quella rituale allegria per dedicarsi finalmente alla donna affascinante e insidiosa che lo invocava. La solitudine è come un'amante: è piacevole solo se c'è un'alternativa da rifiutare.
Dopo aver a lungo rincorso ombre e fantasmi, decise di sedersi e di dare così un contentino alle sue gambe che, con i loro piagnistei, cominciavano a coprire la voce del suo pensiero.
E qui, prestandosi alla presuntuosa riflessione dei passanti, il suo sguardo si perse nel vuoto.
E' facile equivocare uno sguardo perso nel vuoto.
Spesso può spaventare; può far pensare che quella persona sia poco lucida o poco in sè e dunque potenzialmente pericolosa.
In certi casi lo si interpreta come una banale mancanza di attenzione, un momentaneo assopimento mentale.
Altre volte, invece, sembra celare un pensiero profondo, una verità quasi afferrata in un istante di autoesclusione dalla realtà.
Lo sguardo del ragazzo col giaccone blu aveva un altro significato, molto più semplice, ma tutt'altro che meno profondo. Il suo sguardo nel vuoto, all'esterno così ridicolo, era in realtà rivolto ad un vuoto ben preciso: il suo. Un baratro buio che sapeva di avere dentro, ma che raramente guardava in faccia. Quando lo faceva non poteva che restare così: immobile e inerte, in attesa che qualcosa lo costringesse a distogliere l' attenzione e potesse fingere di dimenticarsene fino ad un nuovo sgambetto della propria coscienza.
Il suo vuoto era come un buco nero posto nel bel mezzo di se stesso: non solo per ignorarlo ci voleva una certa abilità, ma fagocitava pure tutto ciò che vi veniva lanciato dentro nel tentativo di riempirlo.
Forse, tuttavia, esisteva una soluzione. Da tempo progettava, infatti, di costruire un alto muro intorno a quel cratere per non essere più costretto a vederlo e a soffrirne. Si avvicinò e iniziò a porre i primi mattoni, ma immediatamente il baratro li attirò a sè facendoli sparire nella propria oscurità. Il ragazzo arretrò di qualche passo e ritentò di erigere quel muro liberatore; ma di nuovo la cupa forza malevola inghiottì quei timidi accenni di fuga.
Dopo altri numerosi tentativi, raggiunse finalmente una distanza sufficiente e cominciò a costruire il recinto; ma si interruppe subito. Guardandosi intorno si rese conto che, insieme al maledetto vuoto, sarebbe ormai stato costretto a murare anche gli aspetti più intimi e profondi della propria persona; al di fuori del muro sarebbe così rimasta solo la periferia di se stesso.
Tirò un calcio ai suoi esperimenti di evasione e si avvicinò di nuovo al baratro. La libertà non consisteva nel non vederlo più, ma nell'osservarlo costantemente con ogni granello del proprio coraggio. Nel riconoscerne l'esistenza senza mai abbandonare il desiderio di riempirlo. E stando sempre bene attento a non caderci dentro.