Tenebra d'alba
son io;
eterno domani
di un'ombra.
Silenzio narrato da un folle
che ingombra di vane menzogne
l'antica memoria
del vento.
Quaderno sgualcito dal sole
che giace ingiallito nel freddo
celando segreti
di vetro.
Frammento di un bacio spezzato
riflesso in minuscole gocce
nel moto agitato
di un'onda.
Non porto più un nome,
lo so:
si è sciolto fra cenere e nebbia.
E adesso non sono più nulla,
se non questo scoglio di sabbia.
Ma tu che non volgi lo sguardo
e provochi in faccia il presente,
sorriso strappato alla luce,
ascolta quest'ateo incoerente.
Ascolta quest'atea preghiera
di chi, senza nome né volto,
si specchia in quel vuoto rimpianto
che sgretola in lunghi sospiri.
Non cerco un battesimo nuovo
né un volto pulito di argilla:
non darmi la fragile gioia
di nascere nudo ogni giorno.
Sul retro del vecchio biglietto
di un treno lasciato in stazione
nel gelo malato di un marzo
c'è un tratto d'inchiostro sbiadito:
ritrova quel pezzo di carta,
sommerso da logore attese;
ricalca quel pallido sgorbio,
la trama incostante di un sogno.
Con tiepidi occhi di donna
decifra quel tratto insicuro:
socchiudi le porte del nulla
e chiamami ancora per nome.
