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Lettori fissi

mercoledì 28 ottobre 2009

Il suicida senza nome

Nel buio della stanza, illuminato soltanto da un raggio di sole che oltrepassava le persiane socchiuse, giaceva sul letto, tra le lenzuola ingarbugliate, il cadavere di un suicida.
Era un caldo pomeriggio di un luglio qualsiasi e aldilà di quelle persiane il mondo procedeva per la sua strada. Uno studente si arrovellava sull'ultimo esame, un fanciullo si innamorava per la prima volta e due cari amici si perdevano di vista. Un bambino piangeva in mezzo a una piazza coprendo la musica di un mendicante e le parole di un corteggiatore.
Ma ora quelle banali follie quotidiane non importavano più. L'angoscia che gli trasmetteva la civiltà, quegli orari precisi, quelle aride leggi non scritte chiamate convenzioni, che aveva a lungo osservato e studiato per trarne un senso di qualche tipo, non gli interessavano più.
Non ti interessavano più, amico mio.
Ci sono suicidii che passano alla storia: il tuo non sarà uno di questi. Perché tu non ti chiamavi Tenco, nè Pavese. Eri un uomo qualunque con una vita qualunque. E il tuo gesto non verrà ricordato da nessuno, le cause che ti hanno indotto a compierlo sono andate via con te. Il tuo dolore, i tuoi tormenti e la tua paura sono state assorbite dal buio in cui sei immerso e qui resteranno imprigionate per sempre. Il silenzio avvolge ormai le tue pene, la sofferenza che ti opprimeva l'anima è scomparsa: nessuno potrà più conoscerla o consolarla. L'ultima lacrima che hai versato sul cuscino si è già asciugata: non si vede più.
Grazie a un curioso gioco del caso, dopo duemila anni si narra ancora di Cleopatra e del suo serpente; di te e della tua lama, forse, parleranno a malapena i tuoi nipoti.
Crudele questo gioco, non trovi?
A giudicare dalla disparità di trattamento, sembra quasi che i tuoi mali contassero meno o avessero meno dignità di quelli di Van Gogh. Non ritenendo che ciò sia vero, la domanda sorge spontanea: qual è la grande differenza fra te e il pittore olandese? Semplice: il genio folle è riuscito, con le sue opere, a compiere un'impresa che da te e dalla maggioranza degli uomini è stata fallita. E' riuscito nell'arduo compito di eternarsi.
Non sempre ci si eterna per meriti propri; talvolta è la Storia a farsi carico di un dovere che dovrebbe essere nostro e a condurre la nostra esistenza in una dimensione di infinito all'interno della realtà finita. E forse non è data a tutti la possibilità di sconfiggere la morte.
Sta di fatto che Bruto e Cassio questa possibilità l'hanno avuta e l'hanno sfruttata; tu no. Loro sono destinati all'eterno; tu all'oblio. Il loro suicidio sarà per sempre oggetto di studio, di riflessione, magari anche di compassione; il tuo sarà abbandonato nella fossa dell'indifferenza.
Eppure un tempo tu vivevi. Ti emozionavi per ciò che avevi intorno, per le parole, per le canzoni. Sentivi scorrere dentro di te una forza che ti spingeva verso la Giustizia, per la quale eri pronto a dare qualunque cosa. Credevi nelle idee e nella gente, ti innamoravi, desideravi. Eri curioso di tutto e bramavi avidamente la conoscenza perché la consideravi uno strumento per arrivare al Vero. Ricordi ancora quei giorni? Ricordi com'erano l'entusiasmo, le nuvole, i baci sotto la luna? Che ne è ora di tutto questo? Dove sono i tuoi discorsi, dov'è la tua rabbia? Tra te e il mondo c'era un'incongruenza insanabile; tu non capivi il mondo e il mondo non capiva te: nessuno dei due aveva intenzione di cambiare. A un certo punto sentisti di non avere più forze per sferrare pugni all'aria e, in una notte come tante altre, scegliesti la strada indicata dalla lama.
Era un atto d'orgoglio: non una fuga, ma una vendetta. Ti sembrava l'ultima via rimasta per farla pagare a tutti; in realtà fu solo il tuo ultimo fallimento: ciò che ti ho appena dedicato ne è la prova.
Di te non è rimasto nulla: non hai più epoca, non hai più patria, non hai più nome. Il mondo contro cui credevi di vendicarti prosegue tranquillo il suo cammino e il tuo suicidio non è stato altro che l'ultimo dei tuoi tanti sassi scagliati nel vuoto.

domenica 4 ottobre 2009

Chi m'ha visto?

La vita quotidiana mi strema. Vedo tutti che corrono senza sapere bene perché e, nel dubbio, corro anch'io.
Però adesso ho finalmente un po' di tempo da dedicare esclusivamente a me stesso e nessuno me lo porterà via.
Vediamo... Cosa posso fare per rilassarmi? Guardo la televisione? No: sono le tre e mezza del pomeriggio, non c'è niente in tv. Voglio rilassarmi, mica rincoglionirmi. Suono la chitarra? Ascolto della musica? Perché no? Leggo un libro? Può essere un'idea.
Ma, mentre prendo mentalmente tutte queste iniziative, il mio corpo resta inchiodato al divano, incatenato da un'indolenza tiranna.
Tutt'a un tratto qualcosa dall'altra parte della stanza colpisce la mia attenzione e mi fa balzare in piedi. Mi avvicino allo specchio: non ci sono più.
No, non ci sono più! Nello specchio vedo il divano, la parete, il tavolo, il lampadario. Ma non me.
Va bene, stiamo calmi. La stanchezza spesso fa strani scherzi. Adesso mi volto, prendo un bel respirone, conto fino a dieci, mi rivolto e vedo ... una parete. Bianchissima.
Non è possibile! Questo specchio non funziona! Gli do un colpo con la mano aperta come a volte faccio col computer quando si blocca e mi manda in crisi isterica.
Ecco, ecco. Vedi che sta già migliorando qualcosa? Vedo un braccio, sì. E una gamba. Guarda! Un sopracciglio! O sono baffi? No, io non ho mai avuto baffi.
Ma, mentre inseguo quest'ultimo pensiero, la gamba e il braccio sono spariti di nuovo. Lentamente si affievolisce sempre più la speranza di vedermi riflesso tutto intero. Appaiono dei pezzi qua e là, saltuariamente.
Be', è chiaro: il problema è nello specchio.
Ma un lampo di lucidità mi balena nella mente e sono costretto ad ammettere che questa ipotesi non regge: perché lo specchio riflette tutte le altre cose perfettamente? E poi come fa uno specchio integro a "non funzionare"?! Mica posso cambiargli le pile!
E allora non c'è scampo: il problema, come al solito, sono io.
Sono io che non ho nessuna consapevolezza di me stesso, che mi ostino a vivere fingendo di sapere chi sono e cosa voglio.
Una volta era più facile: da bambino mi conoscevo. O almeno mi sembrava di conoscermi. In modo abbastanza paradossale crescendo, e quindi aumentando il proprio bagaglio di esperienze, tutto diventa più incomprensibile.
E ora? Ora come posso vivere se non ho nemmeno me stesso? Come faccio a cambiare il mondo, la realtà, la vita? Cosa me ne frega della libertà, dell'uguaglianza e dei massimi sistemi ora che mi rendo conto di essere talmente inconsistente da non potermi neanche vedere?!
Perfino per credere in un Dio ho bisogno prima di credere in me.
No: io non ho colpe. E' questo specchio maledetto che si diverte a riflettermi addosso domande a cui non so rispondere. Ma il suo giochino ora si deve interrompere perché, finalmente, devo tornare a correre.
Torno fra quei miei simili che corrono senza sosta perché hanno capito che fermarsi equivale a pensare e che pensare, spesso, può rivelarsi fatale. Si affannano ininterrottamente per fuggire il più lontano possibile dagli specchi e dai loro pericolosissimi interrogatori muti.
E anch'io corro, esattamente come prima. Solo che ora so bene il perché.