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Lettori fissi

giovedì 24 dicembre 2009

Quando esisteva ancora Babbo Natale

[Ho scritto questo pezzo la sera del Natale 2008. Nell'anno appena trascorso sono cambiato tanto, tantissimo. Ho fatto esperienze e conosciuto persone che mi hanno segnato e porterò con me per sempre. Ho sviluppato una concezione della vita diversa che, forse, si potrebbe squallidamente definire "più matura". Tuttavia, rileggendo questa riflessione di un anno fa, mi sono ritrovato in ogni singola parola. E ho compreso che, per quanto io possa cambiare, imparare e crescere, questo pezzo rispecchierà sempre chi sono e in cosa credo. Il giorno in cui non crederò più in certe cose non sarò semplicemente cresciuto: non sarò più io.
Un abbraccio e buon Natale ai miei "venticinque lettori" (see, magari!)]


Babbo Natale non esiste.
Ancora adesso che me ne sono quasi fatto una ragione scrivere questa frase mi fa un certo effetto. Mi procura un misto terribile di angoscia e rabbia.
Babbo Natale non esiste.
L'abbiamo scoperto tutti prima o poi. Ci sono i cinici di natura che nutrivano sospetti già dalla scuola materna; poi ci sono gli ingenui (tra i quali pongo orgogliosamente me stesso) che hanno creduto in lui fino all'ultimo secondo possibile, come attaccati testardamente ad un sogno necessario.
"Sono i genitori che mettono i regali sotto l'albero". Nelle accese discussioni che facevo da bambino sotto Natale questa era una delle frasi che più sentivo pronunciare da alcuni miei amichetti già disillusi a sei anni. Non ipotizzavo nemmeno che potessero aver ragione: semplicemente loro non capivano, non era un problema mio.
Quando scoprii che avevano ragione quelli che avevano torto avrei voluto gridare. Ricordo nitidamente che chiedevo, scongiuravo di dimenticare. In realtà non mi interessava il fatto che Babbo Natale esistesse o meno; quello che io desideravo era di poter credere, di poter esser convinto della sua esistenza. Ma ormai era troppo tardi: Babbo Natale non esisteva, non più.
Senza di lui gli stessi regali valevano di meno perché perdevano quel tocco di mistero magico che sapevo non avrei più percepito in nessun'altra cosa della mia vita.
Credere in un uomo che per una notte all'anno prendeva una slitta trainata da renne volanti e portava doni a tutti i bambini del mondo era un modo meraviglioso per mantenere un legame con l'impossibile, per non piombare violentemente in questo orrore che chiamiamo realtà. Per convivere decentemente con l'aridità del possibile bisogna credere in ciò che sembra impossibile.
Ogni bambino che crede in Babbo Natale, secondo me, non pensa davvero che la sua esistenza sia possibile, ma che sia impossibile: proprio questo rende affascinante il crederci. Coloro che a sei anni già affermano che "sono i genitori che mettono i regali sotto l'albero" manifestano un materialismo e un'incapacità di sperare che sfiorano il patologico, ma che si adattano molto bene al mondo grigio in cui si apprestano a vivere: loro probabilmente faranno più strada di me.
Io, correndo volentieri il rischio di sembrare patetico, a quasi diciassette anni voglio credere ancora in Babbo Natale. Di più: invito i bambini di tutto il mondo e di tutte le età (dagli 0 ai 120 anni) a credere in quel ciccione vestito di rosso che, facendo le pernacchie ad ogni legge fisica, si alza in volo con le sue renne e fa il giro del mondo in una sola notte.
Perché Babbo Natale esisterà finché qualcuno continuerà a credere in lui e chissà che, a furia di crederci, uno di questi Natali il buon vecchio dalla barba bianca non tiri fuori dal suo sacco pieno di speranze un futuro migliore.

domenica 6 dicembre 2009

Un amore messo lì

Un uomo e una donna fissavano in silenzio il loro amore.
Era lì, appeso in tutto il suo splendore al muro di una stanza. Presentava colori accesi e vivaci accostati alle tonalità più cupe in maniera inspiegabilmente armoniosa. Pennellate decise si intrecciavano a carezze appena accennate, come le note di una sinfonia, creando un'indecifrabile complessità ordinata.
Era l'opera d'arte più straordinaria e perfetta che mente umana potesse concepire: sembrava impossibile che a generarla fossero stati solo un uomo e una donna senza alcun intento artistico, senza alcuna apposita preparazione. Un uomo e una donna che si erano limitati a vivere e a scambiare tra loro ciò che avevano dentro.
Entrambi si commuovevano al ricordo di come quel capolavoro era nato. Non potevano sottrarsi dal sorridere rivolgendo la mente al tempo dei dolci sospiri, quando ciascuno sognava che i suoi desideri coincidessero con quelli dell'altro e una parola, un gesto, uno sguardo poteva condizionare il sonno di una settimana.
Riaffioravano in un flusso inarrestabile gli istanti trascorsi insieme in cui sogno e realtà sembravano una cosa sola, gli incredibili attimi in cui si erano sentiti presi alla sprovvista dalla gratuità di un gesto d'amore.
Ma il rimpianto e la malinconia si impossessarono in fretta dello spazio lasciato vuoto tra un ricordo e l'altro.
Osservare quell'opera eccezionale, infatti, non riempiva l'uomo e la donna di gioia, ma di dolore: non riuscivano più a sentirla loro. E, in vero, quello non era più il loro amore.
Era l'amore di un altro uomo e di un'altra donna che lo avevano generato e costruito insieme inseguendo una comune felicità, ma che un giorno avevano commesso un errore irreparabile ritenendolo compiuto. Così avevano iniziato a crogiolarsi in esso ammirandolo compiaciuti come si ammira un bel quadro. Intanto, però, avevano anche continuato a vivere, a crescere, a cambiare. Mentre il loro amore era rimasto lì dove l'avevano messo, immutato e immutabile, fino a diventare un oggetto esterno che con loro non c'entrava più niente.
I due si guardarono negli occhi colmi di tristezza e uscirono dalla stanza. Da due porte distinte.
La luce fu spenta.
Considerare un amore compiuto è il miglior modo per ucciderlo. L'amore non si compie mai. Esso è una continua scoperta dell'altro e, grazie all'altro, del mondo.
Perché l'amore resti sempre vivo deve diventare la vita.
Altrimenti, presto o tardi, è destinato a diventare come l'amore di quell'uomo e quella donna: un capolavoro appeso al muro di una stanza deserta e buia in tutto il suo splendore privo di significato.