E' un giorno della settimana che andrebbe abolito, la domenica: non è altro che una lente di ingrandimento sulle preoccupazioni, le angosce, i dubbi che cerchiamo di scacciare con l'astuzia della distrazione.
Io la domenica non riesco a distrarmi. La pigrizia mi intontisce, mi trascino senza muovermi da un pensiero all'altro cercandone uno che non mi renda triste o cattivo. Già... Mi incattivisco proprio, la domenica. Sarà che, in qualche modo, essa è il manifesto della monotonia della vita.
La vita, come la settimana, finisce di domenica, nel giorno in cui il tuo passato e il tuo futuro si incontrano per ridersi in faccia.
La domenica sono triste e cattivo. La cattiveria e la tristezza sono complici, ma l'una finge di volermi portare via dall'altra; e io, chissà come, ci casco sempre.
Mi consolo, però, perché non riesco a ridere. Vuol dire che non sono ancora messo così male. Quando si arriva a ridere della condizione umana si esce dalla malinconia e si entra nella tomba.
La malinconia ama la vita.

sono frenk.
RispondiEliminaricominciare a scrivere qui era un passo che aspettavo di fare da un sacco di tempo.
sono d'accordo. molto. soprattutto perchè, come dire, oggi è proprio domenica.
girovago fra un pezzo di pane, una sigaretta, la divina commedia e i detersivi, e cerco di far arrivare l'ora dell'evasione del dopo-pranzo, anche se in quel momento questo "nullessere" si specchierà in un altro, per fortuna o purtroppo ancora più tragicamente ridacchiante.
il momento della "fuga da casa" domenicale, infatti, trovo sia il peggiore di tutti: è una pericolosa roulette in cui ti trovi a dover incontrare un altro che, come te, "per lungo silenzio pare fioco" ( perdonami, le manie dantesche di andre mi stanno contagiando), o in cui rischi di far emergere tutta quella cattiveria che fra le tue quattro mura era così caldamente innocua.
per rendere ancora più sconnesso e incomprensibile il discorso, aggiungerei una banale considerazione che nascondo da un buon dieci giorni; come sai, abbiamo occupato la scuola, la settimana scorsa. sono state 72 ore in cui avevi diverse opzioni: potevi metterci anima e corpo, seguire i gruppi, parlare ai giornalisti, impegnarti cioè in una serie di attività che mascherassero con la politica e la cultura la tua paura della noia, potevi sdraiarti sopra una settantina di corpi in preda a collassi di vario genere, ridenti o intenti a preparare il nuovo e vitale "bastoncino della felicità", oppure potevi, come ho cercato di fare, abbandonarti alla "bolla". te ne saresti andato per un paio di giorni in giro con il tuo abito domenicale, vestito di quelle malinconiche caratteristiche, a scontrarti ininterrottamente con altri coraggiosi. è stata un'esperienza tristemente divertente vedere che chi aveva precedentemente scelto questa via, si trovasse poi, per esasperazione, al bivio fra le altre due dopo pochissimo tempo.
voglio dire che sono rari ( e inaspettati) quelli che riescono ad affrontare quelle tante piccole domeniche condivise.
bene. ora ho creato un bel discorso senza capo nè coda, anche se spero che tu riesca a trovarci uno spiletto di ragione.
" e del giorno ti resta il vestito di festa e una noia che è amica con te"
un abbraccio.
( rileggendolo, mi sono accorta che non è chiarissimo perchè la "bolla" deve necessariamente essere come la domenica: lo è perchè non ci sono lezioni, compiti, ricreazioni e giustifiche. non c'è routine. è uno standby sovrapponibile a quello domenicale, dal momento che sai che da un giorno all'altro tornerà la tua "vita", ma hai l'ingenua ( o forse ragionevolissima) sicurezza che sia molto lontana)
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