Tieni a galla questo blog

Questo blog vive sul passaparola. Aiutami a tenerlo in piedi semplicemente diffondendolo con tutti i mezzi che trovi: scrivilo sul braccio del tuo compagno di banco, gridane il titolo dalla cima di un grattacielo, scommetti venti euro con gli amici che sei in grado di pronunciarne il link con un rutto (tra l'altro, se ci riesci, fammelo sapere che voglio stringerti la mano). O più semplicemente dillo in giro, dillo in giro, dillo in giro. E commenta, commenta, commenta.
Mi piacerebbe che questo potesse diventare un blog più nostro che mio.

Lettori fissi

domenica 12 dicembre 2010

Pensiero

Nessun desiderio, per quanto folle o proibito, turba mai la mia coscienza; solo quando non desidero nulla mi faccio davvero schifo.
La grandezza di un uomo si misura dalla grandezza dei suoi desideri.

domenica 14 novembre 2010

Queste domeniche

E poi ci sono queste maledette domeniche, in cui, nel grigiore silenzioso che mi offusca i pensieri, scorgo con chiarezza ogni aspetto dei miei problemi.
E' un giorno della settimana che andrebbe abolito, la domenica: non è altro che una lente di ingrandimento sulle preoccupazioni, le angosce, i dubbi che cerchiamo di scacciare con l'astuzia della distrazione.
Io la domenica non riesco a distrarmi. La pigrizia mi intontisce, mi trascino senza muovermi da un pensiero all'altro cercandone uno che non mi renda triste o cattivo. Già... Mi incattivisco proprio, la domenica. Sarà che, in qualche modo, essa è il manifesto della monotonia della vita.
La vita, come la settimana, finisce di domenica, nel giorno in cui il tuo passato e il tuo futuro si incontrano per ridersi in faccia.
La domenica sono triste e cattivo. La cattiveria e la tristezza sono complici, ma l'una finge di volermi portare via dall'altra; e io, chissà come, ci casco sempre.
Mi consolo, però, perché non riesco a ridere. Vuol dire che non sono ancora messo così male. Quando si arriva a ridere della condizione umana si esce dalla malinconia e si entra nella tomba.
La malinconia ama la vita.

domenica 7 novembre 2010

I buoni

Ho visto uomini meravigliosi che sarebbero capaci di ammazzare le loro madri.
Non esistono buoni, saggi, giusti. Esistono solo uomini buoni, uomini saggi e uomini giusti. E per questo motivo la loro bontà, la loro saggezza, la loro giustizia sono avvolte da una nebbia di contraddizioni.

giovedì 1 luglio 2010

Il Dio impotente

Quella mosca non doveva essere lì.
Dio la osservava da qualche minuto con uno sconosciuto stupore. L'ordine del creato non era mai stato turbato in alcun modo prima di allora, nulla si era mai mosso contro la perfezione del pensiero divino.
Tutt'a un tratto, un minuscolo insetto, che sarebbe dovuto rimanere ancora diverso tempo a godersi il tepore di un vetro, aveva deciso di mettersi a volare e, dopo pochi istanti, si era trovato lontano alcuni metri dalla posizione stabilita per lui.
L'Onnipotente assisteva attonito a questa rivoluzione. Un misterioso senso di paura affiorò in lui, una sensazione nuova, tutt'altro che eterea, propria di un essere fragile. Una mosca, un breve volo, un ronzio impercettibile erano stati sufficienti per scatenare un cataclisma, per dare inizio a una nuova era. Erano stati sufficienti perché, per quanto infimi, erano eventi fuori dal suo controllo.
Il creato intero si fece improvvisamente minaccioso: tutto da un momento all'altro avrebbe potuto intraprendere un volo ribelle e abbandonarlo alla sua solitaria onnipotenza. Un'onnipotenza che, in realtà, era ormai svanita.
Dio era impotente. Impotente di fronte all'impeto dei venti e al leggero volo di una farfalla. Impotente innanzi a un mare in tempesta e ad un pianto soffocato nel buio. Impotente rispetto al silenzio, al vuoto, alla nausea, alla noia, al nulla. Ma soprattutto impotente davanti agli uomini con le loro grandiose meschinità, le loro microscopiche immensità. Gli uomini che erano in grado di innalzarsi ai più sublimi apici della poesia e di gettarsi nei più fangosi abissi dello squallore. Gli uomini che - se ne accorgeva per la prima volta - erano così simili a lui.
Forse lui non era mai stato un dio.
Questa convinzione, prima così folle, lo opprimeva ora con una forza tale da spingerlo a un umanissimo pianto. E una lacrima iniziò a correre sul suo viso, ma mani di carne ne stroncarono il percorso.
Come gli uomini, ora, soffriva. Come gli uomini si chiedeva chi fosse. Come gli uomini si sentì smarrito.
Si gettò in terra, alzò lo sguardo e iniziò a scrutare il cielo, come gli uomini, in cerca di Dio.

martedì 18 maggio 2010

Ordine o non ordine?

Fuori dalla finestra, durante la lezione, osservavo le foglie di un albero, accarezzate dalla brezza rinfrescante di un caldo 31 maggio. Un soffio di leggerezza mi ha sfiorato ed ho riflettuto su una cosa: se da un lato sembriamo cercare continuamente un ordine a cui aggrapparci nel caos della realtà, è anche vero, dall'altro, che tale ordine sembra poter appesantirci e rendere più evidente il nostro limite umano.
[mi scuso se questa riflessione può suonare un pelo intellettualoide; suona così anche a me, ma non avevo davvero tempo, né voglia di cimentarmi ad abbellirla...]

domenica 28 febbraio 2010

Uno sguardo nel vuoto

Il ragazzo col giaccone blu camminava senza sosta da quasi due ore, mani in tasca, occhi stanchi.
La festa non era stata un granché: solite facce e soliti discorsi. Una di quelle classiche feste completamente diverse da come te le sogni, ma perfettamente identiche a come te le aspetti. Una serata tranquilla tra due birre e quattro battute; un'altra di quelle pacifiche serate fra amici che non era in grado di distinguere le une dalle altre.
Aveva accarezzato l'idea di andarsene fin dalle prime, vuote chiacchiere urlate della festa: alcune persone, quando la malinconia le chiama, hanno la tendenza morbosa di correrle incontro anziché voltarle le spalle e cercare di seminarla.
Verso le undici di sera, quando aveva ritenuto che la sua fuga non sarebbe più stata oggetto di eccessivi interrogativi o commenti, si era congedato da quella rituale allegria per dedicarsi finalmente alla donna affascinante e insidiosa che lo invocava. La solitudine è come un'amante: è piacevole solo se c'è un'alternativa da rifiutare.
Dopo aver a lungo rincorso ombre e fantasmi, decise di sedersi e di dare così un contentino alle sue gambe che, con i loro piagnistei, cominciavano a coprire la voce del suo pensiero.
E qui, prestandosi alla presuntuosa riflessione dei passanti, il suo sguardo si perse nel vuoto.
E' facile equivocare uno sguardo perso nel vuoto.
Spesso può spaventare; può far pensare che quella persona sia poco lucida o poco in sè e dunque potenzialmente pericolosa.
In certi casi lo si interpreta come una banale mancanza di attenzione, un momentaneo assopimento mentale.
Altre volte, invece, sembra celare un pensiero profondo, una verità quasi afferrata in un istante di autoesclusione dalla realtà.
Lo sguardo del ragazzo col giaccone blu aveva un altro significato, molto più semplice, ma tutt'altro che meno profondo. Il suo sguardo nel vuoto, all'esterno così ridicolo, era in realtà rivolto ad un vuoto ben preciso: il suo. Un baratro buio che sapeva di avere dentro, ma che raramente guardava in faccia. Quando lo faceva non poteva che restare così: immobile e inerte, in attesa che qualcosa lo costringesse a distogliere l' attenzione e potesse fingere di dimenticarsene fino ad un nuovo sgambetto della propria coscienza.
Il suo vuoto era come un buco nero posto nel bel mezzo di se stesso: non solo per ignorarlo ci voleva una certa abilità, ma fagocitava pure tutto ciò che vi veniva lanciato dentro nel tentativo di riempirlo.
Forse, tuttavia, esisteva una soluzione. Da tempo progettava, infatti, di costruire un alto muro intorno a quel cratere per non essere più costretto a vederlo e a soffrirne. Si avvicinò e iniziò a porre i primi mattoni, ma immediatamente il baratro li attirò a sè facendoli sparire nella propria oscurità. Il ragazzo arretrò di qualche passo e ritentò di erigere quel muro liberatore; ma di nuovo la cupa forza malevola inghiottì quei timidi accenni di fuga.
Dopo altri numerosi tentativi, raggiunse finalmente una distanza sufficiente e cominciò a costruire il recinto; ma si interruppe subito. Guardandosi intorno si rese conto che, insieme al maledetto vuoto, sarebbe ormai stato costretto a murare anche gli aspetti più intimi e profondi della propria persona; al di fuori del muro sarebbe così rimasta solo la periferia di se stesso.
Tirò un calcio ai suoi esperimenti di evasione e si avvicinò di nuovo al baratro. La libertà non consisteva nel non vederlo più, ma nell'osservarlo costantemente con ogni granello del proprio coraggio. Nel riconoscerne l'esistenza senza mai abbandonare il desiderio di riempirlo. E stando sempre bene attento a non caderci dentro.