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Lettori fissi

giovedì 24 dicembre 2009

Quando esisteva ancora Babbo Natale

[Ho scritto questo pezzo la sera del Natale 2008. Nell'anno appena trascorso sono cambiato tanto, tantissimo. Ho fatto esperienze e conosciuto persone che mi hanno segnato e porterò con me per sempre. Ho sviluppato una concezione della vita diversa che, forse, si potrebbe squallidamente definire "più matura". Tuttavia, rileggendo questa riflessione di un anno fa, mi sono ritrovato in ogni singola parola. E ho compreso che, per quanto io possa cambiare, imparare e crescere, questo pezzo rispecchierà sempre chi sono e in cosa credo. Il giorno in cui non crederò più in certe cose non sarò semplicemente cresciuto: non sarò più io.
Un abbraccio e buon Natale ai miei "venticinque lettori" (see, magari!)]


Babbo Natale non esiste.
Ancora adesso che me ne sono quasi fatto una ragione scrivere questa frase mi fa un certo effetto. Mi procura un misto terribile di angoscia e rabbia.
Babbo Natale non esiste.
L'abbiamo scoperto tutti prima o poi. Ci sono i cinici di natura che nutrivano sospetti già dalla scuola materna; poi ci sono gli ingenui (tra i quali pongo orgogliosamente me stesso) che hanno creduto in lui fino all'ultimo secondo possibile, come attaccati testardamente ad un sogno necessario.
"Sono i genitori che mettono i regali sotto l'albero". Nelle accese discussioni che facevo da bambino sotto Natale questa era una delle frasi che più sentivo pronunciare da alcuni miei amichetti già disillusi a sei anni. Non ipotizzavo nemmeno che potessero aver ragione: semplicemente loro non capivano, non era un problema mio.
Quando scoprii che avevano ragione quelli che avevano torto avrei voluto gridare. Ricordo nitidamente che chiedevo, scongiuravo di dimenticare. In realtà non mi interessava il fatto che Babbo Natale esistesse o meno; quello che io desideravo era di poter credere, di poter esser convinto della sua esistenza. Ma ormai era troppo tardi: Babbo Natale non esisteva, non più.
Senza di lui gli stessi regali valevano di meno perché perdevano quel tocco di mistero magico che sapevo non avrei più percepito in nessun'altra cosa della mia vita.
Credere in un uomo che per una notte all'anno prendeva una slitta trainata da renne volanti e portava doni a tutti i bambini del mondo era un modo meraviglioso per mantenere un legame con l'impossibile, per non piombare violentemente in questo orrore che chiamiamo realtà. Per convivere decentemente con l'aridità del possibile bisogna credere in ciò che sembra impossibile.
Ogni bambino che crede in Babbo Natale, secondo me, non pensa davvero che la sua esistenza sia possibile, ma che sia impossibile: proprio questo rende affascinante il crederci. Coloro che a sei anni già affermano che "sono i genitori che mettono i regali sotto l'albero" manifestano un materialismo e un'incapacità di sperare che sfiorano il patologico, ma che si adattano molto bene al mondo grigio in cui si apprestano a vivere: loro probabilmente faranno più strada di me.
Io, correndo volentieri il rischio di sembrare patetico, a quasi diciassette anni voglio credere ancora in Babbo Natale. Di più: invito i bambini di tutto il mondo e di tutte le età (dagli 0 ai 120 anni) a credere in quel ciccione vestito di rosso che, facendo le pernacchie ad ogni legge fisica, si alza in volo con le sue renne e fa il giro del mondo in una sola notte.
Perché Babbo Natale esisterà finché qualcuno continuerà a credere in lui e chissà che, a furia di crederci, uno di questi Natali il buon vecchio dalla barba bianca non tiri fuori dal suo sacco pieno di speranze un futuro migliore.

domenica 6 dicembre 2009

Un amore messo lì

Un uomo e una donna fissavano in silenzio il loro amore.
Era lì, appeso in tutto il suo splendore al muro di una stanza. Presentava colori accesi e vivaci accostati alle tonalità più cupe in maniera inspiegabilmente armoniosa. Pennellate decise si intrecciavano a carezze appena accennate, come le note di una sinfonia, creando un'indecifrabile complessità ordinata.
Era l'opera d'arte più straordinaria e perfetta che mente umana potesse concepire: sembrava impossibile che a generarla fossero stati solo un uomo e una donna senza alcun intento artistico, senza alcuna apposita preparazione. Un uomo e una donna che si erano limitati a vivere e a scambiare tra loro ciò che avevano dentro.
Entrambi si commuovevano al ricordo di come quel capolavoro era nato. Non potevano sottrarsi dal sorridere rivolgendo la mente al tempo dei dolci sospiri, quando ciascuno sognava che i suoi desideri coincidessero con quelli dell'altro e una parola, un gesto, uno sguardo poteva condizionare il sonno di una settimana.
Riaffioravano in un flusso inarrestabile gli istanti trascorsi insieme in cui sogno e realtà sembravano una cosa sola, gli incredibili attimi in cui si erano sentiti presi alla sprovvista dalla gratuità di un gesto d'amore.
Ma il rimpianto e la malinconia si impossessarono in fretta dello spazio lasciato vuoto tra un ricordo e l'altro.
Osservare quell'opera eccezionale, infatti, non riempiva l'uomo e la donna di gioia, ma di dolore: non riuscivano più a sentirla loro. E, in vero, quello non era più il loro amore.
Era l'amore di un altro uomo e di un'altra donna che lo avevano generato e costruito insieme inseguendo una comune felicità, ma che un giorno avevano commesso un errore irreparabile ritenendolo compiuto. Così avevano iniziato a crogiolarsi in esso ammirandolo compiaciuti come si ammira un bel quadro. Intanto, però, avevano anche continuato a vivere, a crescere, a cambiare. Mentre il loro amore era rimasto lì dove l'avevano messo, immutato e immutabile, fino a diventare un oggetto esterno che con loro non c'entrava più niente.
I due si guardarono negli occhi colmi di tristezza e uscirono dalla stanza. Da due porte distinte.
La luce fu spenta.
Considerare un amore compiuto è il miglior modo per ucciderlo. L'amore non si compie mai. Esso è una continua scoperta dell'altro e, grazie all'altro, del mondo.
Perché l'amore resti sempre vivo deve diventare la vita.
Altrimenti, presto o tardi, è destinato a diventare come l'amore di quell'uomo e quella donna: un capolavoro appeso al muro di una stanza deserta e buia in tutto il suo splendore privo di significato.

mercoledì 28 ottobre 2009

Il suicida senza nome

Nel buio della stanza, illuminato soltanto da un raggio di sole che oltrepassava le persiane socchiuse, giaceva sul letto, tra le lenzuola ingarbugliate, il cadavere di un suicida.
Era un caldo pomeriggio di un luglio qualsiasi e aldilà di quelle persiane il mondo procedeva per la sua strada. Uno studente si arrovellava sull'ultimo esame, un fanciullo si innamorava per la prima volta e due cari amici si perdevano di vista. Un bambino piangeva in mezzo a una piazza coprendo la musica di un mendicante e le parole di un corteggiatore.
Ma ora quelle banali follie quotidiane non importavano più. L'angoscia che gli trasmetteva la civiltà, quegli orari precisi, quelle aride leggi non scritte chiamate convenzioni, che aveva a lungo osservato e studiato per trarne un senso di qualche tipo, non gli interessavano più.
Non ti interessavano più, amico mio.
Ci sono suicidii che passano alla storia: il tuo non sarà uno di questi. Perché tu non ti chiamavi Tenco, nè Pavese. Eri un uomo qualunque con una vita qualunque. E il tuo gesto non verrà ricordato da nessuno, le cause che ti hanno indotto a compierlo sono andate via con te. Il tuo dolore, i tuoi tormenti e la tua paura sono state assorbite dal buio in cui sei immerso e qui resteranno imprigionate per sempre. Il silenzio avvolge ormai le tue pene, la sofferenza che ti opprimeva l'anima è scomparsa: nessuno potrà più conoscerla o consolarla. L'ultima lacrima che hai versato sul cuscino si è già asciugata: non si vede più.
Grazie a un curioso gioco del caso, dopo duemila anni si narra ancora di Cleopatra e del suo serpente; di te e della tua lama, forse, parleranno a malapena i tuoi nipoti.
Crudele questo gioco, non trovi?
A giudicare dalla disparità di trattamento, sembra quasi che i tuoi mali contassero meno o avessero meno dignità di quelli di Van Gogh. Non ritenendo che ciò sia vero, la domanda sorge spontanea: qual è la grande differenza fra te e il pittore olandese? Semplice: il genio folle è riuscito, con le sue opere, a compiere un'impresa che da te e dalla maggioranza degli uomini è stata fallita. E' riuscito nell'arduo compito di eternarsi.
Non sempre ci si eterna per meriti propri; talvolta è la Storia a farsi carico di un dovere che dovrebbe essere nostro e a condurre la nostra esistenza in una dimensione di infinito all'interno della realtà finita. E forse non è data a tutti la possibilità di sconfiggere la morte.
Sta di fatto che Bruto e Cassio questa possibilità l'hanno avuta e l'hanno sfruttata; tu no. Loro sono destinati all'eterno; tu all'oblio. Il loro suicidio sarà per sempre oggetto di studio, di riflessione, magari anche di compassione; il tuo sarà abbandonato nella fossa dell'indifferenza.
Eppure un tempo tu vivevi. Ti emozionavi per ciò che avevi intorno, per le parole, per le canzoni. Sentivi scorrere dentro di te una forza che ti spingeva verso la Giustizia, per la quale eri pronto a dare qualunque cosa. Credevi nelle idee e nella gente, ti innamoravi, desideravi. Eri curioso di tutto e bramavi avidamente la conoscenza perché la consideravi uno strumento per arrivare al Vero. Ricordi ancora quei giorni? Ricordi com'erano l'entusiasmo, le nuvole, i baci sotto la luna? Che ne è ora di tutto questo? Dove sono i tuoi discorsi, dov'è la tua rabbia? Tra te e il mondo c'era un'incongruenza insanabile; tu non capivi il mondo e il mondo non capiva te: nessuno dei due aveva intenzione di cambiare. A un certo punto sentisti di non avere più forze per sferrare pugni all'aria e, in una notte come tante altre, scegliesti la strada indicata dalla lama.
Era un atto d'orgoglio: non una fuga, ma una vendetta. Ti sembrava l'ultima via rimasta per farla pagare a tutti; in realtà fu solo il tuo ultimo fallimento: ciò che ti ho appena dedicato ne è la prova.
Di te non è rimasto nulla: non hai più epoca, non hai più patria, non hai più nome. Il mondo contro cui credevi di vendicarti prosegue tranquillo il suo cammino e il tuo suicidio non è stato altro che l'ultimo dei tuoi tanti sassi scagliati nel vuoto.

domenica 4 ottobre 2009

Chi m'ha visto?

La vita quotidiana mi strema. Vedo tutti che corrono senza sapere bene perché e, nel dubbio, corro anch'io.
Però adesso ho finalmente un po' di tempo da dedicare esclusivamente a me stesso e nessuno me lo porterà via.
Vediamo... Cosa posso fare per rilassarmi? Guardo la televisione? No: sono le tre e mezza del pomeriggio, non c'è niente in tv. Voglio rilassarmi, mica rincoglionirmi. Suono la chitarra? Ascolto della musica? Perché no? Leggo un libro? Può essere un'idea.
Ma, mentre prendo mentalmente tutte queste iniziative, il mio corpo resta inchiodato al divano, incatenato da un'indolenza tiranna.
Tutt'a un tratto qualcosa dall'altra parte della stanza colpisce la mia attenzione e mi fa balzare in piedi. Mi avvicino allo specchio: non ci sono più.
No, non ci sono più! Nello specchio vedo il divano, la parete, il tavolo, il lampadario. Ma non me.
Va bene, stiamo calmi. La stanchezza spesso fa strani scherzi. Adesso mi volto, prendo un bel respirone, conto fino a dieci, mi rivolto e vedo ... una parete. Bianchissima.
Non è possibile! Questo specchio non funziona! Gli do un colpo con la mano aperta come a volte faccio col computer quando si blocca e mi manda in crisi isterica.
Ecco, ecco. Vedi che sta già migliorando qualcosa? Vedo un braccio, sì. E una gamba. Guarda! Un sopracciglio! O sono baffi? No, io non ho mai avuto baffi.
Ma, mentre inseguo quest'ultimo pensiero, la gamba e il braccio sono spariti di nuovo. Lentamente si affievolisce sempre più la speranza di vedermi riflesso tutto intero. Appaiono dei pezzi qua e là, saltuariamente.
Be', è chiaro: il problema è nello specchio.
Ma un lampo di lucidità mi balena nella mente e sono costretto ad ammettere che questa ipotesi non regge: perché lo specchio riflette tutte le altre cose perfettamente? E poi come fa uno specchio integro a "non funzionare"?! Mica posso cambiargli le pile!
E allora non c'è scampo: il problema, come al solito, sono io.
Sono io che non ho nessuna consapevolezza di me stesso, che mi ostino a vivere fingendo di sapere chi sono e cosa voglio.
Una volta era più facile: da bambino mi conoscevo. O almeno mi sembrava di conoscermi. In modo abbastanza paradossale crescendo, e quindi aumentando il proprio bagaglio di esperienze, tutto diventa più incomprensibile.
E ora? Ora come posso vivere se non ho nemmeno me stesso? Come faccio a cambiare il mondo, la realtà, la vita? Cosa me ne frega della libertà, dell'uguaglianza e dei massimi sistemi ora che mi rendo conto di essere talmente inconsistente da non potermi neanche vedere?!
Perfino per credere in un Dio ho bisogno prima di credere in me.
No: io non ho colpe. E' questo specchio maledetto che si diverte a riflettermi addosso domande a cui non so rispondere. Ma il suo giochino ora si deve interrompere perché, finalmente, devo tornare a correre.
Torno fra quei miei simili che corrono senza sosta perché hanno capito che fermarsi equivale a pensare e che pensare, spesso, può rivelarsi fatale. Si affannano ininterrottamente per fuggire il più lontano possibile dagli specchi e dai loro pericolosissimi interrogatori muti.
E anch'io corro, esattamente come prima. Solo che ora so bene il perché.

giovedì 3 settembre 2009

Nella rete

Accade sempre all'improvviso, in un istante di apparente serenità.
La prima volta ti capitò su un treno: come poteva essere altrimenti? Eri comodamente svaccato sul sedile lercio di un regionale e osservavi il mondo scorrere fuori dal finestrino. Il buio aveva già abbracciato la campagna, illuminata ormai soltanto dal bagliore della luna e delle sue piccole sorelle notturne.
E proprio mentre, rilassato, stavi ammirando il semplice capolavoro della notte, un prepotente desiderio di fuga si impossessò di te. Sentisti qualcosa svegliarsi, come un'altra anima di cui non conoscevi l'esistenza. Forse la tua vera anima che si scrollava di dosso un torpore assuefacente e dava origine ai pensieri più folli: "non scendo alla mia fermata e continuo fino al capolinea; anzi scendo e prendo un treno che mi porti in Estonia, chissà com'è l'Estonia; anzi mi metto a camminare senza una meta per la campagna e mi fermo nel primo paesino che trovo: parlerò con la gente, conoscerò le loro tradizioni e assaggerò il vino del posto."
Il tuo benefico delirio fu interrotto da una vibrazione sulla coscia destra: il cellulare suona sempre sul più bello...
Era un amico. Un carissimo amico, per carità. Eri stato anche contento di sentirlo. Solo che a quel punto l'onda dell'assurdo si era arrestata; il treno si fermò: eri a casa e, come da copione, scendesti.
Ti è successo ancora tante volte in luoghi sempre diversi: sdraiato sull'erba, in giro per la città, nel nulla sonnacchioso di una domenica pomeriggio.
E ogni volta è stata una sensazione splendida, forse qualcosa di simile a ciò che chiamano libertà. E' una cascata che lava via la puzza di civiltà, le leggi non scritte che avvelenano quotidianamente la vita trasformandola in sopravvivenza. E' un urlo liberatorio contro se stessi e contro le catene che ci autoimponiamo. E' un ceffone al senso di vuoto che troppo spesso ci stritola.
Ma allora perché fai quella faccia? Perché i tuoi occhi da bambino persi nel vuoto vengono improvvisamente avvolti da un velo di tristezza?
Oh, forse ho capito...
E' l'impressione che quei sogni di libertà siano destinati a rimanere tali, che non possano mai tradursi in realtà. Senti in cuor tuo che, per quanto tu lo desideri intensamente, non riuscirai a scegliere di vivere: grazie all'arma della paura il potere del buon senso vincerà sempre sul miraggio dell'utopia.
Ti sembra di essere in una rete.
In una rete come un pesce. Che continua invano a dimenarsi nel disperato tentativo di rigettarsi in mare.
In una rete come una farfalla. Che osserva atterrita il cielo sognando di fuggire dalla tela e volare ancora. Ma nel frattempo si avvicina il ragno, divoratore delle sue speranze.
Sì, è vero: anche tu sei in una rete. In una rete di controllo da cui è diventato ormai quasi impossibile liberarsi. Cellulari, computer, satelliti. In ogni istante sei rintracciabile, identificabile, schedabile: sei sempre più un numero e sempre meno un uomo. In un recinto di animali che non sanno o non vogliono scappare in nome della mascherata della civiltà.
Ma come quel pesce, come quella farfalla anche tu sei stato strappato a forza dalla tua natura. E, come loro, ti agiti e soffri perché vuoi ancora respirare, vuoi ancora volare, vuoi ancora vivere.
E' un buon inizio.
Per quanto possa sembrare incredibile, io penso che sia possibile fuggire dalla rete. Come non lo so. Ma ne sono certo.
Devi crederci anche tu; con tutte le tue forze, in ogni istante. Perché solo grazie a questa certezza, se un giorno si aprirà una via di fuga, una strada verso un senso, sarai pronto a imboccarla.
E' il continuare a credere nell'assurdo della libertà che permette al pesce di dimenarsi con le sue ultime forze, alla farfalla di lottare per riconquistarsi il cielo. E a te di provare ancora quel brivido su un treno, su un prato o in qualunque altro luogo. Un residuo di libertà grazie al quale puoi sognare fino quasi a tremare. Un fremito, una vibrazione che parte dal collo, ti percorre la schiena e giunge alla tua coscia destra.
Ah, scusa: quello è il cellulare.

martedì 30 giugno 2009

Alla riconquista del presente

Il passato è un mare. Mi capita di navigarci per ore e ore, soprattutto di notte, su una barchetta un po' ammaccata che pare sempre sul punto di affondare.
E da questa imbarcazione perennemente provvisoria scruto senza sosta le profondità già note di un oceano tutto mio. E' un oceano popolato da esseri di ogni forma e dimensione: si parte da sorrisi, volti, parole che credevo di aver dimenticato per sempre, minuscoli pesciolini guizzanti e inafferrabili, fino ad arrivare alle balene più gigantesche e invadenti, scelte, eventi, persone che hanno influito in modo decisivo sulla mia vita. In mezzo gli squali dei rimpianti, le alghe degli errori.
A volte, quando navigo troppo a lungo, non riesco a trattenermi e faccio un tuffo; così, completamente immerso in quelle acque, mi sembra di rivivere gli attimi, di reincrociare gli sguardi, di riascoltare i silenzi. Con una punta di masochismo, mi lascio mordere dai rimpianti, osservo infastidito gli errori.
Sono acque narcotizzanti. Mi invade un senso di sonnolenza: mi sfiora quasi la tentazione di non tornare più alla mia barca scassata e di lasciarmi annegare qui. In questo mare dove ogni aspetto della vita, bello o brutto che sia, è fossilizzato per l'eternità. In questi abissi dove tutto è così immutabilmente certo da trasmettere un senso di sicurezza avvolgente.
Eppure, tra sogni lasciati a metà e miti tramontati, qualcosa non va. E' come se mancasse un pezzo, come se mancasse qualcuno. Mi guardo intorno e capisco: manco io.
Il futuro è una valle. La osservo incantato dalla sommità di un monte: si stende di fronte ai miei occhi in un'immensità attraente e minacciosa, enorme spazio libero in cui desidero lanciarmi e da cui sento il bisogno di fuggire. L'orizzonte non è limpido, ma nascosto da una fitta nebbia e ciò mi permette di tenere viva l'inconscia convinzione che non esista, che dinnanzi a me ci sia l'infinito.
Nell'aria vibra la sensazione di qualcosa che sta continuamente per compiersi. Musiche e profumi si intrecciano nel vento dei sogni più assurdi. Tra le fronde delle mie speranze si annidano bestie feroci, paure di fallimenti e delusioni che talvolta mi sorprendono a passeggiare per queste terre e mi si gettano addosso. Ma i loro morsi hanno qualcosa di evanescente, come tutto qui. Forse perché ogni cosa in questa valle è frutto della mia volontà; persino il dolore è in qualche modo una mia concessione.
Mi trovo a mio agio in questo luogo dove nulla ha una sua forma e sono io a modellare la realtà come e quante volte voglio: niente è ancora stato, dunque tutto può ancora essere. Luogo magico dove finalmente è il mondo a dipendere da me e non il contrario.
Da me. A proposito: io dove sono? Mi metto a cercare facendomi largo tra un grande amico ancora da conoscere e una stupenda poesia ancora da scoprire. Maledizione: io non ci sono neppure qui.
Nel passato sono un ricordo, nel futuro sono un'ipotesi. Perciò non posso che essere nel presente. Già, il presente... A volte mi dimentico quasi della sua esistenza: sono troppo occupato ad immergermi nel mare del passato o ad ammirare sognante la valle del futuro.
Il presente è un cammino che non può essere interrotto. Talvolta sembra una corsa; quando invece è schiacciato dal morbo della noia pare quasi fermarsi, ma in realtà, anche se impercettibilmente, procede. Accade troppo spesso che io ne svaluti le qualità, ne ignori le potenzialità. Vivo troppo tempo in un passato mitico che non tornerà o in un futuro ambito che non arriva mai; e il presente lo tratto come se non ci fosse, come un terreno arido che non ha nulla da dire o da dare. Così le mie giornate si riducono a inutili commemorazioni di tempi perduti o a sabati del villaggio senza scopo.
Basta.
Sono pronto a cimentarmi nell'impresa di riconquistare il presente: ne ho bisogno. Perché il presente è la mia sola arma per mutare la realtà. Realtà incerta e indomabile, ma l'unica in cui io viva.
Affronterò mille avversari che cercheranno di distogliermi dal mio obiettivo: dai predicatori del rimpianto del "pensa se non fosse successo..." ai qualunquisti del "si nasce incendiari e si muore pompieri" o "tutti alla tua età hanno detto certe cose". Sconfiggerò il desiderio di vivere esclusivamente nel passato o nel futuro con l'unico scopo di fuggire.
Niente riuscirà a fermarmi.
Parto alla riconquista del presente. Che poi è un altro modo per dire alla riconquista di me stesso.

sabato 30 maggio 2009

Breve bisticcio tra un pazzo e un sano

Sotto la pioggia battente di una cupa sera di ottobre si poteva scorgere, per le vie della città, la minacciosa figura di un uomo pazzo.
In quel momento, nelle stesse strade deserte, un uomo sano tornava dal lavoro, stravolto dalla fatica. Anche quella era stata una giornata stressante in ufficio, ma finalmente era giunto il momento di riposarsi fino al mattino seguente, quando tutto sarebbe ricominciato da capo. Ma in fondo non gli andava così male: ormai era giovedì e si avvicinava il fine settimana. E nel week-end sarebbe andato in montagna con la famiglia, si sarebbe rilassato e avrebbe pensato un po' a sè. Fino a lunedì, quando un'altra settimana si sarebbe affacciata sulla sua vita e la sua frenetica corsa sarebbe stata ripresa.
"Eccolo qua, il nostro uomo inserito!", irruppe irridente la voce del pazzo interrompendo quegli inutili e serissimi pensieri.
Il sano sussultò. Sebbene lo avesse già incontrato più di una volta, la vista di quello strampalato personaggio gli provocò, come sempre, un istante di terrore. Poi bofonchiò qualcosa come un "ho fretta", accelerò il passo e superò l'interlocutore.
Ma questo non si diede per vinto e disse ancora:"Perchè scappi? Voglio solo fare due chiacchiere. Cos'è? Hai paura di me?!".
Le ultime parole toccarono un nervo scoperto: sì, aveva paura di lui. Ma non tanto perchè temesse per la sua incolumità fisica quanto, piuttosto, per quella mentale; il modo di vedere la vita di quell'uomo disturbato creava in lui tormenti che non sapeva (o non voleva) affrontare.
"Non ho paura di te.", mentì spudoratamente, "E' solo che ho fretta. Ho tanti impegni. Non posso restare a chiacchierare."
"Immagino che impegni!", replicò l'altro sghignazzando, "Stasera scatolina magica?".
"Non so di cosa tu stia parlando." disse il sano continuando a camminare.
"Ah, scusa! Dimenticavo che stasera tu e famigliola vi vestite bene e andate a cena con amici, giusto? O è domani? No, no: è domani. Stasera c'è già la riunione di condominio. O il lavoro arretrato? E non dimenticarti della telefonata di cortesia a questo o quello che si sposa. Ma, mi raccomando, stavolta informati prima sul nome della moglie altrimenti fai una figuraccia come quella volta che...". "Non ho tempo per i tuoi deliri!", tuonò seccato l'uomo in giacca e cravatta mettendosi quasi a correre.
"Ti accorgi di quanto è noiosa la tua vita?!", continuò imperterrito l'uomo sporco, "Spiegami come fai. Ti prego. Spiegami come fai a vivere senza uno slancio, senza una spinta. Ti scongiuro di dirmelo: ho cercato di capirlo con le mie sole forze, ma ho fallito. Come riesce l'uomo inserito a ignorare ostinatamente il non-senso su cui è costruita la sua esistenza? Quale misterioso sortilegio fa sì che tu ogni giorno ti lanci in questo demenziale affaccendarsi senza scopo? Alla volontà di chi o di cosa rispondono i tuoi affanni? Se conosci una risposta, ti imploro di rivelarmela!". E, mentre vomitava queste parole, il pazzo piangeva come un bambino.
L'uomo sano, definitivamente terrorizzato, decise di non degnarlo più di uno sguardo e rimase in silenzio proseguendo sulla sua strada. I due tornarono a ignorarsi.
Giunti nella loro abitazione, salutarono la loro famiglia e, senza nemmeno cenare, andarono a letto di pessimo umore. Non era la prima volta che capitava: tutte le volte che si rivolgevano parola era la stessa storia.
Del resto era inevitabile che ciò accadesse. Perchè quei due individui così diversi e così ostili fra loro avevano in comune il fatto non trascurabile di abitare lo stesso uomo.

lunedì 18 maggio 2009

Disperati tentativi di idiozia

Un uomo tatuato dalla testa ai piedi, un ciuffo di capelli metà viola e metà verde, un paio di occhiali da sole giganteschi, blu e bianchi. E io che cammino.
Negli Anni '60, quando bastavano i capelli lunghi dei Beatles per attirare l'attenzione di qualche perbenista, certe cose avrebbero avuto un senso. Un senso meraviglioso di ribellione, di attacco agli schemi, di rivoluzione dei costumi. Ora non mi fanno neanche sorridere; anzi, a volte mi intristiscono pure un po'.
Sebbene - sia ben chiaro - io non abbia assolutamente niente contro capelli colorati o strani vestiti, vederli per strada non mi trasmette tanto un'idea di rivolta quanto, piuttosto, un profondo senso di frustrazione. Mi sembrano grida disperate di chi non vuole finire invischiato nella morsa della massificazione. Mi sembrano ultimi tentativi di emergere in qualche modo dal mare appiccicaticcio della massa informe.
Tentativi destinati a fallire. Anzi, tentativi che hanno già fallito dato che non sconvolgono più nessuno.
La capacità del sistema di fagocitare qualunque cosa mi lascia sempre senza parole. Sembra quasi che non sia possibile ribellarsi ad esso: ogni comportamento che inizialmente aveva intenti sovversivi viene subito inghiottito e reso parte del sistema stesso.
Tutto ciò che è eccentrico o strampalato, così, perde la sua portata provocatoria e si riduce a noiosa normalità un po' patetica; persino quelli che un tempo sarebbero stati definiti atteggiamenti anticonformisti sono ormai banali e comuni: l'impossibilità di distinguersi la fa da padrona. L'appiattimento degli individui è completato.
Il termine "idiota" deriva dal greco antico "idios" che significa letteralmente "peculiare, originale, a sè stante". Mi è sempre piaciuto interpretare il fatto che "idiota" abbia assunto nella nostra lingua un significato dispregiativo come un segno del disprezzo della massa verso chi si distingue.
Ecco cosa desidero: essere un idiota. Ma un idiota vero, non uno qualsiasi.

martedì 12 maggio 2009

La libertà di odiare

Col rischio di sembrare una specie di malvagio, vorrei spezzare una lancia in favore del sentimento più maltrattato della storia: l'odio.
Qualche tempo fa mi sono trovato a provare odio per una persona che mi aveva fatto stare decisamente male comportandosi in una determinata maniera. Parlandone con un mio amico, questi si era sentito in dovere di etichettare immediatamente ciò che sentivo come "sbagliato" ed era partito con un lungo discorso per convincermi di una bislacca tesi: io in realtà CREDEVO di odiare, ma non odiavo. Il suo atteggiamento mi ha fatto riflettere.
Mi ha fatto riflettere perchè non è un atteggiamento isolato.
Ho notato una certa diffusione dell'idea che l'odio sia sempre sentimento sbagliato e ingiustificabile. Mi sento di dissentire: l'odio è sano e, spesso, giustificabile. Esso è una componente del nostro complessissimo Io, un sentimento naturale che non solo non ha motivo di essere represso, ma la cui repressione non può portare a niente di buono.
La paura di odiare colpisce tanti. L'odio è come un'oscura forza che ci fa fare pensieri inconfessabili e crea in noi desideri spaventosi; piuttosto che sentirci in balia di esso, preferiamo raccontarci la storiella che non stiamo odiando, ma, colti da un istante di follia, crediamo di farlo.
Molto bello rassicurarsi con questa palese menzogna. Un modo come un altro per mantenere un'immagine candida di noi.
Senza dubbio è più agghiacciante accettare che siamo anche capaci di un rancore feroce, che siamo in grado di volere il male degli altri. Fa paura, ma è un fatto: perchè dovrei convincermi che non sia così?
E' abbastanza curioso che poco dopo il diverbio fra me e il mio amico, per una serie di eventi, quest'ultimo si sia infuriato con un'altra persona arrivando a toglierle il saluto.
Sono convinto che tutto questo gli faccia bene. Perchè solo se ci si concede la libertà di odiare si può imparare a perdonare. E ad amare.

giovedì 7 maggio 2009

Introduzione [titolone efficace per non far fuggire i lettori, vero?]

Mi presento: sono il campione olimpionico in carica nell'antica disciplina del salto all'introduzione.
Nonostante la mia incontrastabile superiorità, sono ben consapevole di avere dei validi avversari sparsi un po' ovunque nel mondo. Ecco perchè mi sento in dovere di fare la seguente precisazione: questa introduzione non va saltata.
Lo so, la tentazione è forte; basta vedere quelle dodici lettere affiancate per sentire dentro di sè quella vocina insistente ("SALTALA-SALTALA-SALTALA"). Ma resistete. Vi darò due ottime ragioni per farlo:
1) questo è il primo post del blog, quindi quando verrà pubblicato sarà l'unica cosa da leggere; dunque almeno per un po' di tempo mi sentirò tranquillo (a meno che non abbiate intenzione di uscire immediatamente dal blog... cosa che NON volete fare, vero?!?);
2) quest'introduzione non è necessaria per la comprensione del blog, ma è una specie di scintilla di tutto il resto; un gelato in coppetta è un buon gelato, ma il cono gli dà quello strano tocco in più tutto suo, una specie di optional non proprio optional.
Sono stato convincente? Spero di sì (anche se, con la mia fortuna, avrò incrociato un membro del Club Boicottatori di Coni o dell'Associazione Diritti delle Coppette).
Dunque, dopo l'introduzione all'introduzione, inizierei a introdurre.
Questo blog è un tentativo, mi auguro efficace, di raccogliere un po' di chiacchiere quasi serie. Quelle chiacchiere quasi serie che mi martellano il cervello, mi affliggono, mi esaltano, mi turbano, mi rallegrano. Insomma, condiscono la mia vita e quella di tutti.
Amo scrivere e desidero scrivere nella vita. Ho scritto per parecchio tempo su quadernetti e fogli volanti tutto ciò che mi passava per la testa: ragionamenti politici, morali, semplici osservazioni della realtà, paure, ironie su di me e sugli altri, riflessioni sull'Uomo. Ciò ha sempre costituito per me un modo di sfogarmi, di fuggire un po' dalla realtà e, allo stesso tempo, paradossalmente, di avvicinarmi di più ad essa. E' sempre stato e continua ad essere un tentativo di fare una passeggiata dentro me stesso, di guardare il mondo e capire se sia più appropriata una risata o una lacrima.
Dopo aver trascorso un periodo travagliato (sfortunatamente non ancora concluso del tutto) per motivi personali, ho sentito che questo scrivere rivolgendomi solo a me non mi bastava più. Così, pur continuando anche a utilizzare le care vecchie carta e penna (senza dubbio più romantiche!), ho deciso di aprire un blog per raccontare qualche mio delirio quotidiano di qualunque tipo e argomento.
Ovviamente commenti di ogni sorta sono ben accetti (le critiche più che mai: mi diverte molto litigare).
"E che ce ne frega dei tuoi deliri?"
Uhm... Obiezione interessante. Be', facciamo così: io li scrivo perchè ho voglia di scriverli. Se avrai la pazienza di leggerne qualcuno, magari potrai scoprire che i miei deliri non sono tanto diversi dai tuoi.